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Posted by on Apr 6, 2017 in News da Georgica | 0 comments

Il coro delle mondine a Georgica 2017

Il coro delle mondine a Georgica 2017

 

Quando ero piccola, mia nonna mi raccontava spesso del Piemonte, delle risaie e, soprattutto, di cosa voleva dire essere una mondina. Era una storia che mi piaceva particolarmente: pensavo al trepidamente senso d’avventura di quelle ragazze, alla partenza, ai saluti, all’arrivo in un luogo sconosciuto, alle nuove amicizie e ai quei canti che a scuola ci insegnavano ancora.

Ero troppo ingenua per capire che “Mondina” non significava solamente stare con i piedi in ammollo e cantare tutto il giorno.

Adesso che ci ripenso, la vita in risaia mi sembra un incubo e ancora non capisco come, mia nonna, potesse raccontarmi di quell’esperienza, con un sorriso che andava da un orecchio all’altro.

Lei, però, non fu la sola a ricordare con gli occhi lucidi e un sorriso enorme la vita da mondariso… anche il Coro delle Mondine di Novi, che diletterà i passanti di Georgica 2017, vuole mantenere viva la memoria e le tradizioni contadine di una volta.

Questo gruppo musicale “unico al mondo”, nasce nei primi anni ’70 da un’idea del maestro Torino Gilioli, una sera, in pullman, di ritorno da una gita.

Come amava dire lui, si sa che in pullman, gli ultimi posti in fondo sono sempre occupati da quelli che hanno voglia di cantare e quel giorno, in quei posti, c’era un gruppo di donne che avevano condiviso molte cose nella loro vita: erano tutte di Novi e, ancora bambine, avevano dovuto imparare a darsi da fare per poter sopravvivere, andando in Piemonte a fare le mondine.

Così, quasi per gioco, quelle stesse donne che avevano fatto le mondariso da piccole ora si erano ritrovate di nuovo insieme, a condividere un’altra esperienza: diventare il “Coro delle Mondine”, per cantare e ricordare quelle canzoni che loro stesse avevano inventato e cantato mentre lavoravano nelle risaie del Vercellese.

La storia che segue, scritta da Nunzia Manicardi, racconta proprio la vita delle Mondine di Novi:

Erano quasi tutte ragazzine e sul far dell’alba, salivano su di un lungo treno-bestiame che le raccoglieva attraverso le campagne padane. Di solito, era il 24 maggio. La sera tardi erano già in Piemonte, a Novara, a Vercelli. Venivano a prenderle alla stazione, con i carri, e poi via, verso le cascine disseminate tra campi e risaie, per quaranta interminabili giorni.

Appena arrivate nello stanzone dell’altissimo soffitto, coi fili per la biancheria stesi a raggiera tutt’intorno, c’era il pagliericcio da riempire di fieno e da cucire grossolanamente, delimitandolo a un’estremità con quella cassetta in legno che, per la mondina, era tutto: valigia, armadio, tavolo, cassaforte, rifugio, casa.

Sveglia alle 4.30, al più tardi alle 5: il caposquadra passava tra i pagliericci addormentati tirando, più o meno scherzosamente, i piedi ancora stanchi. Seguiva una rapida lavata nella fredda acqua della roggia.

Gli uomini, direttamente impegnati nella monda del riso, erano pochi: si trattava soprattutto di “cavallanti”, circa quattro o cinque ogni cinquanta donne.

Mondine e cavallanti, ai primi chiarori, raggiungevano le terre bagnate, distanti anche mezz’ora di cammino, e lì iniziavano la giornata di lavoro che durava dalle otto alle dodici ore, spesso superando “inavvertitamente” la soglia sindacale. Tanto, la manodopera era più che abbondante, direttamente proporzionale alla fame delle famiglie, che aspettavano a casa il loro ritorno.

Il lavoro era duro veramente. Nelle varie “quadre”, in cui venivano suddivise le risaie, le donne si disponevano in file parallele: sottana o pantaloni arrotolati sopra il ginocchio, manicotti al braccio fermati con due elastici, per proteggere dai vari animali d’acqua o dal riso stesso, che con la sua spiga raspava e tagliava. I piedi, nudi. Così, a testa in giù, in mezzo all’acqua fino a pomeriggio inoltrato, a mondare il riso.

Le erbe erano sia grosse che sottili: giavòun, cuciarèin, gucci, sigulèin.

Erano tantissime le insidie di quell’acqua per delle ragazzine spesso impaurite e piangenti:

– le bisce, che venivano afferrate per la testa dalle più coraggiose, fatte roteare due o tre volte in alto e poi scagliate all’indietro;

– i tafani;

– i cervi d’acqua grandi come una noce, con vere e proprie corna;

– i sòregh, i topini d’acqua, che facevano il nido nel riso e che, mondando, si finiva per cogliere con la mano;

– La mariètta e il fa prèst, appena un po’ più grande, insidiosi, invisibili come i pappataci: il loro morso, rapidissimo tra le dita affaticate, “faceva quasi perdere la ragione”.

Qualche volta, in mezzo alle spighe, si trovavano nidi d’uccelli, e con le loro uova si integrava il monotono pasto. C’erano poi le rane, acchiappate e infilate dentro i manicotti, dove saltavano su e giù finché non veniva l’ora di friggerle, magari accompagnandole con le patate “rubate” al padrone, cotte nel camino dopo averle infilzate con un ferro.

Finiti i lavori del giorno, la vita di giovani e ragazze, per quanto stanchi, riprendeva il sopravvento. Bastava una fisarmonica o anche soltanto il canto: ancora di protesta, e poi d’amore.

A volte si faceva tardi, la notte: si ballava all’osteria, le donne con le gambe strofinate con sapone e spighe di riso per grattar via il verderame accumulato tra il concime e l’acqua stagnante.

Le contadine del luogo non vedevano di buon occhio le mondine. Erano forestiere, lontane da casa, libere, piene di slanci.

Ma nessuna emozione era eguagliabile a quella del giorno della paga, quando erano chiamate una alla volta fuori dal gruppo, secondo la lista, in base al computo delle ore fatto dal caposquadra o dalla “prima mondina”.

I soldi venivano conservati in seno, in un sacchettino di stoffa appuntato con una spilla.”

Dal libro “Il coro delle mondine – immagini e canti dalle risaie padane”,
di Nunzia Manicardi,
giugno, 1996

Il “Coro delle Mondine di Novi”, che diletterà i visitatori di Georgica 2017, è costituito in parte da “vere mondariso”, la cui età si avvicina ed in alcuni casi supera gli 80, e da figlie e nipoti di mondine e donne che amano le tradizioni popolari e si impegnano affinché nulla di tutto questo vada perduto.

Erano nate tutte nello stesso paese, Novi, erano più o meno coetanee, perciò compagne di classe dalle scuole elementari, ancora bambine, avevano dovuto imparare a darsi da fare come meglio si poteva per sopravvivere e così si erano ritrovate in Piemonte, lontane dalle loro case, a fare le mondine.

Così, quasi per gioco, queste stesse donne si sono ritrovate di nuovo insieme, a condividere un’altra esperienza: sono diventate il “coro delle Mondine”.

Con la guida di Torino hanno imparato a cantare, in modo organizzato, quelle canzoni che loro stesse avevano inventato e cantato mentre lavoravano nelle risaie del Vercellese.

 

Articolo di Francesca Amezzani

 

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